22.12.06

L’attacco all’Iran, dopotutto, si farà
Maurizio Blondet
18/12/2006
Il membro del Likud al parlamento israeliano Juval Steinitz

«Sono convinto che gli USA attaccheranno l'Iran per distruggere la sua capacità nucleare, essendo fallita la diplomazia. Salveranno il mondo. Bush e Blair hanno questa missione storica».
Sono parole pronunciate da Juval Steinitz, membro del Likud al parlamento israeliano.
Parole rivelatrici per molti versi: a proposito delle elezioni anticipate che Abbas vuol indire a Gaza, per detronizzare Hamas e per cui rischia la guerra civile nel suo piccolo popolo, Steinitz ha chiarito: «Nessuna elezione cambierà la natura dell'Autorità Palestinese come entità terrorista».
Dunque Giuda non tratterà con Abbas, come non ha trattato con Hamas. (1)
Specie sul primo punto Steinitz è ben informato.
A Washington, seppellito il rapporto Baker (che invita a trattare con l'Iran per aggiustare in qualche modo il disastro american in Iraq), avanza a passi rapidi la soluzione della «fuga in avanti»: per salvare l'Iraq, estendere il conflitto all'Iran.
Bush e Cheney hanno, per questo progetto, l'appoggio dei democratici, opportunamente ammaestrati dalla lobby.
«Israele è ossessionato dall'Iran», scrive Arnaud De Borchgrave, già direttore ed ora editorialista del Washington Times: «Un'acuta anche se comprensibile paranoia ha rimpiazzato il discorso razionale. Il Libano è stato un disastro per Israele e l'Iraq un disastro per l'America. Qualche indovino politico a Washington sta profetando che il presidente Bush si prepara da contorsionista a fare la più straordinaria svolta ad U della sua vita politica. Non ci contate. I francesi hanno una frase per dipingere quello che ci attende: 'la fuite en avant'. All'ingrosso, significa sfuggire da un problema cacciandosi in un altro». (2)
Da Bruxelles a Berlino, da Teheran a Damasco, non si parla d'altro che dell'America come il gigante dai piedi d'argilla, come tigre di carta, dice De Bortchgrave. «Questo è precisamente il motivo per cui il presidente Bush non accetta il rapporto Baker-Hamilton. Il presidente Bush vede se stesso come la figura di Winston Churchill, che solitario tuonava negli anni '30 contro i colleghi sonnolenti che facevano concessioni ad Hitler».
Per intanto, con il forte appoggio della maggioranza democratica, Bush manderà altri 30 mila uomini in Iraq.
Sordo ai pochi che chiamano questo «la ricetta per il disastro», che può portare alla «dissolution of the American empire».
Sicuramente 30 mila soldati USA in più non modificheranno il caos iracheno, anzi affonderanno ancor più il prestigio americano nel fango.


Ma questo conferma, semplicemente, che la classe (israelita o neocon) al potere oggi a Washington non persegue il prestigio americano, né tantomeno ha in mente la stabilizzazione di un Iraq democratico e vivibile.
Ciò che perseguono - sull'esempio israeliano - è il caos in sè, e la sua estensione sanguinosa all'intero mondo islamico.
Ciò che tutti credono una disfatta, è ciò precisamente che loro definiscono il successo.
Inutilmente il generale Peter Chiarelli, che sta per prendere il comando delle operazioni in Iraq, ha espresso ad altissima voce che la mera guerra e il massacro di guerriglieri veri o presunti non porta ad alcuna vittoria.
«Se non si tenta di reintegrarli nella società», in una società che dia lavoro e sviluppo. (3)
Israele sa che, con lavoro e sviluppo e gli introiti petroliferi, anche un Iraq democratico diverrebbe presto troppo potente per i suoi gusti; dunque, sia il caos eterno.
Invano il generale John Abizaid, comandante delle forze USA in Medio Oriente, si oppone ad un rinforzo delle truppe, e consiglia di spendere invece più soldi e più efficienza nello sforzo di ricostruzione economica e civile nel Paese occupato, per sottrarre i giovani iracheni all'unica scelta oggi loro possibile, imbracciare il kalashnikov.
La Casa Bianca «sceglie» i suoi consiglieri, come ieri scelse l'intelligence falsa che dava le scuse per attaccare Saddam.
Il generale a riposo John Keane ha già allestito per Bush il piano di aumento delle truppe occupanti: un piano che ha stilato insieme all'ebreo Frederick Kagan, l'analista militare dell'American Enterprise - le centrale neocon che progettò l'invasione dell'Iraq e la definì «una passeggiata».
Il generale Chuck Wald (ebreo) e il generale Chuck Vollmer (idem) hanno allestito un rapporto gradito alla Casa Bianca, in cui si legge: «La prossima fase dell'operazione Iraqi Freedom potrebbe comprendere una importante invasione dell'Iran e delle forze pro-iraniane contro le forze occidentali nella regione e contro Israele, e una conseguente crisi energetica globale. Anziché pianificare il ritiro dall'Iraq, meglio pianificare il riposizionamento in quest'area strategicamente importante. Può essere necessario ritirarsi dall'Iraq; ma il ritiro dalla regione precipiterebbe una crisi globale con uno sbilanciamento delle forze (balance of power) a favore dell'asse Iran-Russia-Cina, dannoso per l'indipendenza energetica dell'Occidente». (4)


Tanto per far capire quanto si estenderà la fuga in avanti: Russia e Cina vengono comprese inopinatamente nell'asse del male a fianco dell'Iran.
Questi sono i prossimi nemici additati ad una superpotenza che ha già il fiato grosso e sta perdendo in Iraq e in Afghanistan.
E' precisamente la paranoia israeliana: se Hezbollah ci ha sconfitto, è perché lo ha aiutato l'Iran, dunque attacchiamo l'Iran.
Se in Iraq siamo nel pantano, è colpa della Cina e della Russia…
E' l'indicazione di una pseudo-strategia, come nota Dedefensa, che nasce da menti «segnate dal disordine» psichico a Washington, e «rinforzate in modo ossessivo da Tel Aviv, dove si vive l'atmosfera della disfatta e insieme l'ossessione della risposta». (5)
Il senso di aver perduto, a Washington come in Israele, porta «incontrollabilmente» a sognare una rivincita totale, onnipotente - di quel delirio di onnipotenza proprio delle menti narcististiche.
Il para-sillogismo che li domina è: noi siamo invincibili.
Se non vinciamo, è solo perché non abbiamo usato tutta la forza di cui disponiamo; per vincere, occorre più guerra e più violenza.
Al fondo, sta la tentazione atomica.
«L'atto dell'attacco all'Iran può apparire ogni giorno di più come il deus ex machina che annullerebbe l'Iran, il diabolus ex machina a cui si attribuisce il blocco della situazione in Iraq… il nemico finale la cui distruzione [è vissuta] come la catarsi sognata».
Anche De Borchgrave avvicina lo stato d'animo dominante a Washington e a Tel Aviv a quello del giocatore d'azzardo che, perso tutto alla roulette, si fa prestare le somme per raddoppiare la posta, sperando di rifarsi.
La metafora è più stringente di quanto appaia.
Basti pensare che l'America sta facendo sostanzialmente la guerra con i soldi del creditore, la Cina, e che i suoi soldati marciano con scarponi Made in China.


La potenza industriale americana, che vinse nella seconda guerra mondiale, è sparita nelle delocalizzazioni; quello che sogna la grande vittoria mondiale è un Paese pesantemente de-industrializzato, che importa tutto, incapace di reggere lo sforzo e il sacrificio di un lungo e vasto conflitto.
Basti considerare che i rifornimenti degli americani a Baghad arrivano da Bassora, lungo una strada controllata già oggi dai 60 mila guerriglieri sciiti di Muktada al-Sadra.
Un percorso che in caso di attacco all'Iran diverrebbe - dice qualche generale americano - «una galleria di tiro a segno lunga 800 chilometri».
Ma ciò che è un incubo per i generali sul terreno, è un sogno possibile per i deliranti di Washington e Tel Aviv.
Tanto peggio tanto meglio.
L'attacco all'Iran, forse dopotutto, si farà.

Maurizio Blondet


Note
1) Anat Bereshkobsky, «Steinitz estimates: US will attack Iran», Ynet.news, 16 dicembre 2006.
2) Arnaud De Borchgrave, «Watching America», UPI, 12 dicembre 2006.
3) John Burns, «US general says jobs and services may curb Iraq violence», New York Times, 13 dicembre 2006.
4) Justin Raimondo, «The urge to surge», Antiwar.com, 15 dicembre 2006.
5) «La thèse de la fuite en avant», Dedefensa, 14 dicembre 2006.




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7.12.06

Usa: comincia la discesa
Maurizio Blondet
09/11/2006

STATI UNITI - «Lavoriamo insieme per l’Iraq», ha subito detto Nancy Pelosi, nuova speaker democratica alla Camera bassa, rivolta ai repubblicani.
D’altra parte, ha vinto Joe Lieberman in Connecticut, cacciato dagli elettori democratici, ma imposto dalla nota lobby.
E Bush resta dov’è fino al 2008; dunque non cambia niente.
Nancy Pelosi ha sempre sostenuto le guerre e le posizioni più dure dei neocon.
Lieberman, ebreo super-falco, diverrà ministro della Difesa al posto di Rumsfeld.
Le guerre per Israele continueranno.
Solo «dopo» questo voto gli americani si renderanno conto che, per Israele, l’America si sta suicidando, quando ormai sarà tardi per cambiare le cose.
Mai nella storia gli Stati Uniti sono stati più screditati e ridicolizzati sul piano internazionale, privi di autorità morale e persino di credibilità militare.
Il 64 % degli inglesi (inglesi!) ritiene Bush più pericoloso per la sicurezza del mondo che Bin Laden.
Dissanguata nelle guerre per Israele - che i suoi generali nemmeno sanno concludere, come i mediocri giocatori di scacchi incapaci di dare il matto - l’America sta perdendo potere persino nel suo cortile di casa imperiale: l’«ondata Chavez» non accenna ad esaurirsi: in Brasile ha trionfato Lula, in Nicaragua è stato rieletto il sandinista Daniel Ortega.
In Bolivia (Bolivia!) Evo Morales ha intimato un ultimatum alle petrolifere americane: hanno sei mesi per rinegoziare i contratti di sfruttamento, altrimenti i loro impianti saranno confiscati.
Un ritorno sugli investimenti del 15-18 % è quello giusto per le compagnie, ha detto Morales, il resto deve andare al popolo boliviano.


In altri tempi, la CIA avrebbe fatto l’inferno per stroncare questa, come chiamarla?, rivolta castrista del Sudamerica: oggi non può.
Le guerre per Israele succhiano tutte le risorse, il morale e la capacità combattiva delle forze armate sono a terra, la sua capacità di intimidazione è annullata.
Russia e Cina sono sempre più salde in un’alleanza militare.
Mosca ha deciso di connettere la sua rete ferroviaria a quella dell’Iran, segnale evidente di una collaborazione commerciale e militare (sui pianali si portano armamenti pesanti) di proporzioni storiche. (1)
E’ un altro colpo mortale al prestigio dell’America e al suo dominio imperiale.
Molti, troppi americani hanno votato repubblicano perché ammansiti dal ribasso di 80 cents di benzina alla pompa.
Dai prossimi giorni, Goldman Sachs, l’autrice del ribasso artificiale, smetterà la manipolazione elettorale dei prezzi, e il petrolio risalirà.
Ciò farà ribassare ulteriormente il dollaro (2), riducendo il potere d’acquisto dei consumatori: che sono il vero motore del «miracolo economico» americano.
Ma poiché la classe media ha visto solo scendere i suoi salari reali da almeno cinque anni, per consumare ha estratto soldi dalle sue case di proprietà: ipotecandole, nell’euforia creata dai prezzi immobiliari crescenti.
Fra marzo 2005 e marzo 2006, gli americani hanno succhiato dalla loro proprietà 825 miliardi di dollari, che hanno speso in oggetti voluttuari e non durevoli, schermi piatti, carabattole e vestiario cinesi, auto nuove, tutto di tutto.

Ora, resta il debito, quegli 825 miliardi, da ripagare.
E la bolla immobiliare si sta sgonfiando.
Le case ipotecate per un valore 100, valgono già 90, e presto 80 e 70.
In un’America deindustrializzata, l’edilizia fornisce il 10 % del prodotto interno lordo. (3)
Ed ora è ferma e sta calando la costruzione di nuove case, con effetti prevedibili su tutto l’indotto, dai legnami alle tubature, dagli impianti elettrici ai mattoni.
Il «miracolo» americano, retto sul consumo voluttuario, era già di per sé illusorio: nel secondo quadrimestre il PIL USA è cresciuto di un minuscolo 1,6 % - una crescita pari a quella dell’Italia di Prodi - e quel che è peggio, gran parte di questa crescita è dovuta al fatto che le industrie di auto USA, alla disperata, mentre licenziano i lavoratori, vendono le loro auto interamente a rate senza anticipo: anzi sono loro ad anticipare - incredibile dictu - 3 mila dollari a chi l’acquista: il che ha indotto milioni di latinos e immigrati senza un soldo a comprarsi l’auto nuova, non tanto per l’auto quanto per avere in tasca 3 mila dollari in contanti: cifra che non hanno mai visto in vita loro.
E che certo non saranno in grado di ripagare.
Ma tutto in USA gira così, in una girandola di insolvenza.
Le banche fanno prestiti senza chiedere anticipi né garanzie: ciò ha attratto debitori che non avranno mai i mezzi per restituire.
Il tutto, grazie a tassi d’interesse bassissimi.


Ma questa situazione ha reso paralitica la Federal Reserve: fino ad oggi, il dollaro è stato tenuto su (o frenato nella caduta) da tassi sui Buoni del Tesoro USA più alti, relativamente ai BOT europei. Ora l’Europa, e persino la Banca Centrale elvetica, hanno aumentato i loro tassi.
Il differenziale che rende i BOT americani apparentemente più convenienti, si assottiglia.
La FED dovrebbe rialzare i tassi; ma se lo fa destina alla rovina decine di milioni di americani indebitati, che sarebbero schiacciati dagli interessi passivi crescenti.
Un vicolo cieco.
Il trucco dei consumi a credito, sussidiati per di più, sta per finire.
Ora, la tendenza sta per invertirsi: comincia il «rallentamento», che i grandi media bugiardi non chiameranno con il suo vero nome, «recessione».
Le multinazionali e tutte le altre imprese, quando i consumatori consumeranno meno, investiranno meno in impianti, per ridurre l’invenduto; metteranno i loro profitti (immensi negli anni scorsi) nell’improduttivo riacquisto di azioni proprie, per sostenerne i corsi.
I media bugiardi grideranno, esultanti, che la Borsa sale, dunque l’economia fiorisce…


La realtà di questa fioritura sta tutta in due cifre: 30 milioni di dollari, e 80 milioni di dollari.
La prima - 30 milioni di dollari - è quanto la Cina incamera ogni ora in valuta estera (dollari per lo più) grazie alle sue esportazioni.
La seconda - 80 milioni di dollari - è quanto il capitale nazionale americano perde ogni ora.
Gli Stati Uniti stanno dissanguandosi in un’emorragia tragica; presto i capitali disponibili non saranno abbastanza per innescare una qualunque ripresa.
L’America si suicida, rimpicciolisce di 80 milioni di dollari l’ora, mentre Pechino cresce di 30 milioni l’ora.
La Cina dispone ormai di oltre un trilione di dollari in riserve.
Con quei dollari, potrebbe comprare tutti i terreni fertili degli Stati Uniti.
O un terzo del capitale azionario americano; oppure quote di controllo in ogni singola azienda americana.
Se lo facesse, i lavoratori americani lavorerebbero sotto padroni cinesi: e sarebbe giusto, come nell’antichità i debitori insolventi diventavano schiavi dei creditori.


Ma la Cina stessa rischia l’implosione per «sovraccapacità produttiva», produce troppe merci e la sua popolazione, con poco potere d’acquisto, ne compra poche.
Per scongiurare la sovraccapacità, con la deflazione e i crack a catena che ne conseguirebbero, ha bisogno che gli americani dissanguati continuino a comprare le sue carabattole a milioni di tonnellate; dunque deve continuamente prestare al debitore insolvente, perché continui ad ingozzarsi; e intanto dare alla Casa Bianca i fondi per continuare le sue guerre.
I due mostri sono legati, come Moby Dick e il capitano Achab, nella stessa sorte e nella stessa apocalisse.
Il dollaro calante trascina entrambi verso il fondo: e il tutto, mentre i media bugiardi ci segnaleranno la Cina come modello da imitare, e gli USA come economia in crescita trionfale.
Per tutto questo hanno votato gli elettori americani, rifiutandosi di liquidare il partito repubblicano che li dissangua, perché la benzina era diminuita di 80 centesimi a gallone, e perché non sono capaci di liberarsi dalla lobby ebraica che li teleguida.
Il solo atto di sovranità popolare, l’hanno sprecato.
Anche l’avventura storica della democrazia è arrivata, mi pare, all’ultima fermata.

Maurizio Blondet


Note
1) Teheran, 4 Novembre (ISNA) - «Iran’s railroad organization manager and his Russian counterpart emphasized on the connection of the two countries railroads. In a session held with the presence of the Federal Russian railroad manager issues such as the joint venture transportation company, a shared train wagon repair company, launching a shared research so to equip Iran’s railways with electricity and shared investments on specific lines will be discussed», said Mohammad Saiednejad. «The Federal Russian railroad manager also while explaining about the capabilities and experiences of the railroad industry in his country, expressed his countries will to transfer all required experiences to Iran».
2) Axel Merck, «Dollar poised for a dip», Asia Times, 8 novembre 2006.
3) Jim Willie, «Spent dollar momentum», GoldenJackass.com, 7 novembre 2006. Si veda anche Susan Walker, «How 2006 is like 1968», Daily Reckoning, 7 novembre 2006.


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30.11.06

Emerge il populismo? Il capitale lo teme.
Maurizio Blondet
28/11/2006
Il sempre ostacolato Jean-Marie Le Pen

Due titoli consecutivi su Le Monde in prima pagina; Il 24 novembre, tre colonne: «6,9 milioni di francesi vivono con meno di 800 euro al mese».
Giorno seguente, a tutta pagina, allarmatissimo: «Intenzioni di voto per Le Pen, 17 %».
C'è un'evidente relazione fra le due notizie.
L'impoverimento storico delle popolazioni europee dovuto alla globalizzazione (la concorrenza salariale cinese o polacca) è in pieno corso (1) e alimenta l'insubordinazione popolare verso la politica «ufficiale».
Il «fascista» Le Pen preoccupa da decenni Le Monde, ossia la massoneria.
Molto tempo fa (doveva essere ai tempi di Mitterrand) il Grande Oriente di Francia convocò i responsabili dei due partiti ufficiali, socialisti e «gaullisti» (o pseudo), e li impegnò a non stringere mai alleanza con il Front National.
Cito a memoria - non ho tenuto il ritaglio dell'epoca - ma ricordo perfettamente che il patto ci fu e fu firmato.
In seguito, i trucchi operati sui collegi dalla «democrazia» (terminale come il capitalismo, con tassi di astensionismo spaventosi), hanno consentito questo: che un partito con il 15% dei voti non abbia un solo deputato all'Assemblea, mentre per esempio il partito comunista, praticamente estinto salvo in qualche roccaforte ex-operaia, ne abbia una ventina.
Le Pen viene continuamente demonizzato, il suo partito marginalizzato o trattato come non esistesse, oscure manovre e occulti finanziamenti vi hanno prodotto scissioni e defezioni di «fronti nazionali» dissidenti.
Di tanto in tanto, Le Monde commissiona un sondaggio per vedere se il favore per il Front è in calo: dopotutto Le Pen è vecchio, ha superato i 70…
Invece no: lo zoccolo popolare resta solido e duro, anzi si allarga.
Dunque sulle elezioni presidenziali del 2008 grava di nuovo l'incubo del 2002: quando ad uscire vincitori dal primo turno contro i gollisti non furono, come previsto e voluto, i socialisti al caviale, ma Le Pen.
Al ballottaggio, la sinistra chic dovette scegliere tra Le Pen e Chirac: ovviamente si turò il naso e votò quest'ultimo, anche perché istericamente indottavi da una campagna mediatica di terrorismo: pareva, a leggere i giornali, che le SS stessero per entrare di nuovo a Parigi.
Chirac fu votato da una maggioranza che lo detestava, come male minore: da qui la sua legittimità perlomeno imperfetta, che lo ha indebolito ed ha alienato ancora di più i francesi dalla politica «ufficiale».


Si stanno compiendo frenetiche manovre per impedire a Le Pen di guastare il gioco prefabbricato ponendo ancora la sua candidatura presidenziale: gli occorrono 500 firme di persone elette, e probabilmente non le avrà.
E se non si presentasse lui, per chi voterebbero i suoi elettori?
Anche questo ha chiesto il sondaggio.
Risposta: darebbero 8 punti in più a Sarkozy (la «destra» neocon), ma 5 punti a Segolène Royal, la candidata delle sinistre, portandola alla pari con il primo (ciascuno dei due candidati avrebbe, ad oggi, il 37 %).
Dunque molti elettori di Le Pen tendono a sinistra, non alla destra massonica ufficiale e liberista. Cosa nota: l'elettorato del Front è operaio e popolare, non chic, abita nelle banlieues dei disordini.
Segolène è un fenomeno metà mediatico e metà spontaneo, i suoi nemici la definiscono «la Madonna dei sondaggi» (intesa come la cantante, non la Vergine); è tutt'altro che una figura nuova di outsider come ama dipingersi.
Tuttavia, la sua campagna è interamente giocata su motivi di «populismo», e questo basta ad allarmare le oligarchie finanziarie.
Le hanno chiesto quale sia la sua idea a proposito della Turchia nella UE. Ha risposto: «La mia idea è quella dei francesi»: furbamente evasiva, ma inquietante per gli oligarchi già solo per questo appello al popolo.
E' significativo che Barbara Spinelli, l'amante di Padoa Schioppa che vive per lo più a Parigi a stretto contatto con la gauche-caviar, la attacchi e ripeta che Segolène non ha idee, che è opportunista.
Il Telegraph di Londra ne segnala però un'idea sgradita: la Royal parlato di un'«Europa forte», di un'Europa-fortezza economico-politica, il programma di De Gaulle.
«Miss Royal è fiduciosa che 'l'Europa può essere rilanciata con Germania, Italia e Spagna'», scrive il Telegraph, notando che dall'elenco è esclusa Londra.
E cita ancora Segolène: «Se altri Paesi vogliono starci, benissimo, ma non possiamo avere un'Europa di cui una parte va alla guerra in Iraq, un'altra non ci va, e noi tutti finiamo per pagare il conto».


Segolène Royal in tutto il suo «fascino» politico


La sua domanda di integrare la politica estera europea, trema il Telegraph, «ha toni stridentemente anti-americani».
E cita con allarme Gilles Savary, portavoce della candidata: «Dobbiamo essere vassalli degli USA? Siamo il 51esimo Stato americano?». (2)
Allarme, allarme: qui si rischia di rompere il fronte liberista globalizzatore; rialza la testa il «populismo», il che significa l'emersione di ciò che la finanza globale teme più di tutto: il «protezionismo», i dazi doganali a difesa delle reti sociali e del lavoro nazionale.
L'allarme è probabilmente prematuro, ma il capitale avventuriero mette le mani avanti.
Tanto più che simili sentimenti populisti emergono nel paradiso del liberismo feroce: negli Stati Uniti. (3)
Il voto di medio termine ha eletto in Virginia un senatore, James Webb, che ha condotto tutta la sua campagna denunciando la crescente iniquità economico-sociale, da 25 anni l'argomento-tabù del discorso politico americano.
In Montana, ha vinto un «populista» socialista di nome Jon Tester, accusato dall'avversario, il repubblicano Conrad Burns, di «fomentare la lotta di classe».
Una tale accusa in USA bastava, ancora pochi mesi fa, a segnale la fine di un candidato.
Oggi Tester ha replicato: «La mia classe è quella media; la vostra, senatore Burns, sono i vostri ricchi amici lobbisti di K Street» (la via dei lobbisti a Washington).
E' stato Burns a perdere il seggio.
Inaudito.
Nel 2004, il democratico John Edwards cominciò a far campagna sul tema delle «due Americhe»
(«i ricchi sempre più ricchi, i poveri più poveri, precari e indebitati») ma poi la abbandonò su consiglio dei suoi strateghi elettorali (e perse).
Oggi, quasi tutti i candidati democratici hanno almeno fatto un cenno alle disparità crescenti delle fortune.
Un sondaggio del Wall Street Journal ha rivelato, preoccupato, che 24 americani su cento citano l'iniquità nella divisione dei profitti come primo problema del Paese; e tutti accusano, come causa dell'iniquità, l'economia globalizzata e l'avidità dei grandi manager privati, che delocalizzano in Cina non solo i lavori subalterni, ma ormai anche quelli tecnologicamente avanzati.
Persino i giornalisti, serventi del globalismo ideologico, cominciano ad inquietarsi: molti lavori redazionali sono spostati in India, dove redazioni a contratto e anglofone sono disposte a lavorare per un terzo delle paghe americane.


Insomma, non si riesce più a impedire che il tema dell'ineguaglianza e del profitto eccessivo (tema «populista» per eccellenza) emerga nel dibattito pubblico e sui media.
A Parigi Segolène proclama di essere «la candidata dell'insoumission» (della insubordinazione), ma anche in USA gli americani affermano, ogni giorno con più coraggio, di essere stati ingannati.
I capitalisti gli avevano promesso: «Se studiate di più, resterete i primi nel mondo globalizzato, anche se perdete lavori operai, vi accaparrerete i lavori tecnologicamente più sofisticati».
Ma ora anche gli ingegneri elettronici, i progettisti e gli esperti di marketing perdono il posto perché India e Cina sfornano ingegneri, esperti elettronici e maghi del marketing a un decimo dei salari americani.
Se la qualità e lo studio fossero il fattore chiave, allora sarebbero vincenti quei 20-30 americani su cento che si sono riciclati, dati alla formazione permanente, ed hanno aumentato la loro produttività personale in modo prodigioso.
Invece, i vincenti sono solo l'1 % dei già ultraricchi nella finanza e nelle banche: quell'1 % che si accaparra oggi il 20 % del reddito personale americano, il doppio di quello che si accaparrava negli anni '70.
Ora, la classe mediana americana ha visto i propri redditi calare in termini reali, mentre gli speculatori, esaltati dai media, divoravano emolumenti da miliardi di dollari; lottano contro i costi crescenti dello studio, le rette universitarie ormai proibitive togliendo ai figli della classe media la speranza di migliorare o almeno restare a galla con la meritocrazia.
E con sempre maggiore lucidità denunciano la «deregulation» liberista; un sistema fiscale - concepito da Reagan e aggravato da Bush - studiato per favorire gli speculatori finanziari e gli insider delle multinazionali; l'abbandono totale, in nome del liberismo fai-da-te, della tradizione (che fu americana) degli investimenti pubblici che consentivano una certa uguaglianza iniziale nelle opportunità, il cuore del «sogno americano» come terra dove chi è bravo può emergere senza ostacoli.
Insomma si sveglia «il popolo», e i democratici vengono avvertiti dai poteri forti a non cedere al «populismo»; soprattutto, a non proporre misure protezionistiche contro la Cina…
I democratici vorrebbero ubbidire, come sempre, alla finanza.


Il democratico
Jon Tester in una foto molto populista


Ma sentono che il loro elettorato sta diventando minaccioso.
Per esempio, un democratico non identificato ha confidato: «Se entro sei mesi non c'è un cambiamento di rotta in Iraq, la gente scenderà nelle strade come ai tempi del Vietnam».
Una novità inaudita viene qui ventilata: disordini popolari in USA.
A dirlo è stato un personaggio chiave della lobby ebraica, Giora Romm, il primo analista del Jewish Institute for National Security Affairs.
Questo è l'organo della lobby ebraica che tiene in pungo il sistema militare-industriale americano, il Pentagono e le lobby finanziarie USA ed è stato in grado di scatenarle nell'interesse di Israele, mandando gli americani a guerreggiare in Iraq.
Ma ora non ci riesce più, ha spiegato Giora Romm parlando a Gerusalemme, il 21 novembre scorso, davanti ai responsabili del ministero degli Esteri israeliano.
Costoro volevano assicurazioni sul fatto che Bush, azzoppato o no, bombarderà l'Iran per Giuda. Romm, che è pilota militare, vicedirettore dell'armata israeliana e capo dell'Agenzia Ebraica, ha raggelato i presenti: i poteri forti non riescono più a contenere la rivolta e la rabbia che salgono dal basso.
«Se Bush farà qualcosa di fisico contro l'Iran, subirà l'impeachment. Non v'illudete che Bush possa compiere un'altra azione bellica; ha perso ogni credibilità militare. L'americano medio non crede che l'Iran sia un pericolo per il suo Paese, e non sarà convinto da un'intelligence raffazzonata (come quella usata per l'Iraq)». (4)
Anche questa è insoumission, insubordinazione populista.
I democratici, temono i gestori del capitalismo speculativo, sono stati votati da questa rivolta: dovranno concedere qualche misura di protezionismo, qualche dose di «socialità» a difesa del lavoro nazionale, perché il loro elettorato li tallona, sospettoso, e li preme.


Sta avvenendo anche in Europa, e non solo in Francia.
In Olanda, l'establishment oligarchico rappresentato dai cristiano-democratici di Balkenende, liberista e fautore delle «riforme» (leggi: tagli alle sicurezze sociali) raccomandati dall'ideologia globalista, è stato sconfitto da un partito socialista estremista e anti-global sulla sinistra, e sulla destra dal Partito della Libertà, anti-immigrati. (5)
In Austria il cancelliere cristiano-democratico è stato battuto da un partito socialista che ha condotto una campagna populista.
Nella Germania della liberista Angela Merkel e delle «riforme» dure per tagliare i «costi sociali», il premier CDU del Nord-Reno e Westfalia ha rotto clamorosamente i ranghi, denunciando le «riforme» come inumane, eccessive e inique; ed ora si è posizionato alla sinistra dei socialdemocratici, con grande imbarazzo della Grosse Koalition.
Emerge il populismo, con le sue caratteristiche iniziali: non più passività ma rabbia attiva, militante; istanze «sociali» (di «sinistra») unite alla richiesta di ordine nazionale, magari xenofobo e per la «preferenza nazionale» (di «destra»).
E' un movimento che cerca a tentoni il suo leader, che interpreti le sue istanze, disprezzate dall'establishment e dalle varie oligarchie burocratiche.
Esiste da decenni, come dimostra lo zoccolo duro lepenista, fino ad oggi emarginato.
Ora la novità è che dei politici cominciano a cavalcarlo anziché spregiarlo.


E' stato notato che Segolène Royal, nei dibattiti TV, non si rivolge ai politici istituzionali suoi interlocutori nel dibattito, ma al popolo: questo colloquio diretto fra lei e la gente, che scavalca le istituzioni e i suoi figuranti, è ovviamente populista al massimo grado.
Ogni populismo invita, ovvio, uno stile «demagogico» del capo candidato.
La Royal, dicono, è opportunista.
Deve il suo seguito al suo charme, e al suo sorriso; ma non ha un programma definito, anzi si guarda bene dal definirlo.
Vero.
Ma nella temperie emergente che gli avversari chiamano populista, questi non sono difetti fatali.
Il successo dipende assai poco dalle qualità oggettive del capo-demagogo, e molto più dalla fiducia che il «popolo» gli tributa; perché un popolo che ha fiducia mobilita le sue proprie energie, che invece nega o che sono mortificate dalle oligarchie che sgovernano il mondo ormai da vent'anni.
In questo senso, William Pfaff (6) paragona il clima che circonda Segolène Royal a quello che avvantaggiò Franklin Delano Roosevelt nella sua prima presidenza, quando l'America lo votò perché sprofondava nella recessione provocata dalla finanza liberista nel 1929, e Roosevelt promise il «New Deal», ossia un nuovo patto sociale.
«Roosevelt nel '32 non aveva alcuna idea di come avrebbe fatto il New Deal», dice Pfaff: «Era una frase propagandistica che aveva buttato lì a caso nel discorso di accettazione» alla candidatura presidenziale.
«Ancor meno lo sapevano i suoi consiglieri universitari ed economisti professionali. Ma lo sapevano le migliaia di persone che le idee le avevano, e che erano pronte a lavorare con lui, e che lui seppe ascoltare. Furono queste migliaia ad improvvisare il New Deal. Molte cose non funzionarono; e quelli ritentarono di nuovo. Alla fine ne risultò un insieme non programmato di innovazioni che diedero agli USA una originale e pragmatica risposta alla grande depressione».


La descrizione è parecchio idealizzata, ma coglie l'essenziale: Roosevelt si limitava a parlare al popolo a fianco del caminetto, a dire frasi come «non dobbiamo avere paura d'altro che della paura stessa», e il popolo si sentì paternamente capito, rassicurato e guidato.
In Europa, come noto, la rivolta popolare dovuta alla grande depressione degli anni '30 originò gli autoritarismi social-nazionali, i fascismi.
Col loro corredo di dirigismo economico, autarchia, disciplina, fiducia mistica nel capo - e militarismo.
In quella forma il populismo non tornerà.
I fascismi furono fenomeni storicamente irripetibili, l'opera di Paesi demograficamente giovani e di giovani demagoghi, la cui gioventù per di più era appena uscita dalla grande guerra, dove aveva appreso la solidarietà fortissima che si instaura tra combattenti che rischiano insieme la morte, l'obbedienza funzionale alla gerarchia degli ufficiali, e l'uso delle armi; anche a sinistra la classe operaia comunista fu organizzata come «armata del lavoro».
Sarà interessante vedere che forma prenderà il populismo in un'Europa demograficamente spenta, fatta di anziani con figli trentenni a carico e disoccupati cronici; un'Europa che non ha ambizioni ma solo impulsi difensivi dello status quo, e per di più - assuefatta agli edonismi di bassa lega indotti da 60 anni senza guerra e senza privazioni, secolarizzata e scettica - non ha alcuna disponibilità al sacrificio in nome del bene comune patriottico.
Ma il populismo riemerge, ed ancora una volta esige capi in cui possa avere fiducia, che ascoltino il popolo anziché le lobby e gli interessi costituiti, che salvi il lavoro con dazi, che lo diriga secondo un progetto.


La morte nei giorni scorsi di Milton Friedman - il monetarista che fu l'autore spirituale del liberismo senza limiti, il dittatore e sacerdote supremo dell'ortodossia privatizzatrice e anti-sociale - è in questo senso un auspicio: un'epoca tramonta.
Persino il Financial Times ricomincia a parlare di John Maynard Keynes… perché il keynesismo è sempre meglio, per gli ideologi della globalizzazione, che il populismo, i suoi «demagoghi» e i suoi nazional-socialismi dirigisti.
E' in ogni caso il pendolo che torna indietro, torna ad oscillare verso una guida politica dell'economia e un suo controllo popolare.
Vedremo che forma prenderà.
Il populismo è stato sempre, per l'Europa, una grande forza storica, più convincente e più radicato della «democrazia» partitica e parlamentare che invece ci è stata imposta dai vincitori.
Ora, è possibile che il clima cambi in America - e allora verrà, come sempre, da noi come nuova moda culturale.
Per l'Italia, tuttavia, c'è un pericolo in più.


Milton Friedman in una foto recente


Da noi Berlusconi e Bossi hanno intrapreso precocemente la via populista (l'Italia è stata ancora una volta un laboratorio politico d'Europa) e l'hanno tradita, guastata, sprecando l'occasione forse irripetibile e svendendo il popolo.
Del nuovo movimento che verrà da fuori si proclamerà padrona la casta delle burocrazie che è attualmente al potere col nome falso di «sinistra», che potrà sostenere di essere sempre stata, in fondo, anti-capitalista, «sociale», dirigista e «operaia».
Qui è l'equivoco fatale.
In USA, il populismo americano ha lucidamente di mira i miliardari privati, gli speculatori, i super-manager: che sono pur sempre dei privati appunto, che scremano la maggior parte dei profitti a danno dei lavoratori; ma profitti privati.
Da noi, i parassiti di cui l'Italia deve liberarsi sono invece i miliardari pubblici, le caste burocratiche di Stato inadempienti, gli avidissimi saccheggiatori fiscali e le loro clientele privilegiate che si sono protette per tempo da ogni competizione, e che sono della più bassa qualità monopolista: proprio coloro da cui dobbiamo liberarci si prenderanno ancor più potere, proclamandosi per di più nostri liberatori dal liberismo selvaggio.
Dov'è, dov'è il demagogo in cui sperare?
Dov'è la nostra Segolène?

Maurizio Blondet



Note
1)
L'impoverimento storico dei ceti medi europei dovuto all'entrata nel mercato globale di Cina, India ed Est europeo era prevedibile e largamente previsto: chi scrive lo ha denunciato in un libro del 2004, «Schiavi delle banche». Non lo si dice per vanteria, al contrario: se la cosa era evidente a un economista dilettante come il sottoscritto, tanto più doveva esserlo per gli economisti ufficiali, premi Nobel e banchieri centrali. C'è stato uno sforzo attivo e concertato per impedire che questo esito inevitabile arrivasse alla coscienza pubblica. Gli economisti Nobel, ufficiali e banchieri hanno invece promosso l'idea che l'apertura mondiale a Paesi con salari irrisori e costi della vita minimi, privi dei «costi» sociali, sindacali e assicurativi sul lavoro che sono la palla al piede dei sistemi europei, sarebbe stata benefica perché avrebbe ridotto i prezzi delle merci, avvantaggiando «i consumatori». E' una delle tante verità che sono state censurate dal liberismo terminale, concepito come un sistema di menzogna.
2) David Rennie, «Segolène urges Britain to choose between Europe and America», Telegraph, 22 novembre 2006. «Miss Royal was confident that 'Europe can be relaunched with Germany, Italy and Spain. It is perfectly possible to have treaties within the treaty, among four nations,' he said. 'If other nations want to sign up, that's good. But we cannot have a Europe where one part goes to war in Iraq, another part does not, and we all end up paying the bill. […] He demanded efforts to integrate foreign policy and cast that struggle in searingly anti-American tones. Mr Savary said: 'The question that needs to be asked is - do we want to be vassals of the United States, do we want to be a 51st state?'».
3) James Lardner, «Populism's revival» San Francisco Chronicle, 22 novembre 2006.
4) «La confusion du piège irakien et la crainte des dèsordres populaires au USA», Dedefensa, 24 novembre. Dedefensa cita un dispaccio dell'agenzia ebraica Ynet. news del 22 novembre sull'incontro di Girora Romm con l'establishment israeliano.
5) Wolfgang Munchau, «The Dutch are leading a popular rebellion», Financial Times, 27 novembre 2006. Si noti come il termino «popolare» o «populismo» sia accompagnato dal termine «ribellione»: le lobby temono la rivolta popolare, la revulsione di massa contro il capitalismo terminale che depreda la classe media.
6) William Pfaff, «Segolène Royal as Franklin Delano Roosevelt», Herald Ttribune, 1 novembre 2006. Gli articoli di questo notevole columnist americano, cattolico, che vive a Parigi, si possono leggere al sito www.williampfaff.com


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