8.8.08

LE BANCHE DI ALLAH


DI RAFFAELE RAGNI
Rinascita

Il 25 settembre 2007 Adnan Yousif, presidente dell’Unione delle Banche Arabe (Uab), ha firmato un memorandum d’intesa con l’Associazione Bancaria Italiana (Abi) per l’apertura in Italia, entro la fine del 2008, di uno sportello ispirato ai principi del Corano, in linea con quanto sta avvenendo in altri Paesi europei. È passato un anno, durante il quale si è discusso di tante problematiche legate alla presenza crescente di musulmani in Italia - apertura di moschee, matrimoni misti, studio del Corano nelle scuole, uso del velo in luoghi pubblici - ma nessuno ha seriamente approfondito i vantaggi, che avrebbero gli imprenditori e i risparmiatori italiani, se potessero rivolgersi, invece che ai soliti usurai, anche alle banche di diritto islamico. Se vogliamo davvero liberalizzare il nostro sistema finanziario, allora dovremmo aprirci a tutte le banche, non solo a quelle ispirate al modello americano. 

La caratteristica più nota del sistema bancario islamico è il divieto di addebitare interessi. Il Corano (sura 2, versetto 275) vieta la riba sul denaro prestato. Il termine si riferisce non solo all’usura, cioè ad un tasso d’interesse eccessivo, ma a qualsiasi corresponsione d’interessi su mutui e depositi. Secondo la shari’ah, che è la legge islamica, soltanto il lavoro dell’uomo può giustificare l’arricchimento, sia sul piano etico che giuridico. Non è lecito percepire alcun interesse, neanche minimo, perché esso rappresenta un guadagno del creditore collegato al semplice decorrere del tempo. 



L’Islam consente solo un tipo di prestito - chiamato qard-el-hassan, che letteralmente significa buon prestito - dove il prestatore non addebita alcun interesse o importo addizionale alla cifra prestata. Il creditore offre il prestito per ottenere la benedizione di Allah e si aspetta una ricompensa solo da Allah. Le risorse per questo tipo di operazione sono prelevate da un fondo di solidarietà, detto decima legale (zakat), formato dai contributi volontari che tutti i musulmani versano a favore dei poveri e che vengono gestiti dalle banche per conto delle comunità locali o dei governi. Il denaro erogato come buon prestito viene usato a scopo di consumo o per l’acquisto di beni di prima necessità. 

La condanna dell’usura deriva dal fatto che la moneta è considerata unità di misura e mezzo di pagamento. Non avendo alcun valore intrinseco, non può generare altra moneta tramite il pagamento d’interessi. Il lavoro umano, lo spirito di iniziativa e il rischio insito in un’attività produttiva, sono più importanti del denaro usato per finanziarli. I giuristi musulmani considerano la moneta come capitale potenziale, piuttosto che come capitale in senso stretto, nel senso che essa diventa capitale solo quando viene investita in un’attività economica. Di conseguenza, il denaro anticipato sotto forma di prestito è considerato un debito dell’impresa e non un capitale. In quanto tale, non dà diritto ad alcun profitto. Il suo potere d’acquisto non può venire usato per creare direttamente maggiore potere d’acquisto, ma deve passare attraverso una fase intermedia che la compravendita di beni e servizi. 

Partendo da questa visione della moneta, la finanza islamica si fonda sull’idea che prestatore ed utilizzatore di moneta devono spartire in ugual misura il rischio d’impresa, affinché tutta la comunità, e non soltanto una categoria di operatori economici, ne tragga beneficio. Ciò vale per fabbriche, aziende agricole, società di servizi o semplici operazioni commerciali. Tradotto in termini bancari, significa che tutti i soggetti coinvolti - il depositante, la banca, il debitore - devono dividere i rischi e i guadagni derivanti dal finanziamento di una certa attività. É il principio del profit-loss sharing, conosciuto ma scarsamente applicato nel sistema bancario occidentale, che invece obbliga il debitore a restituire l’ammontare del prestito ricevuto, insieme all’interesse imposto, indipendentemente dal successo o dal fallimento della sua impresa. 

Tecnicamente la condivisione del rischio d’impresa si sostanzia in varie forme di finanziamento, di tipo associativo o partecipativo. Col murabaha la banca acquista un macchinario per conto del cliente e lo rivende al cliente stesso ad un prezzo più alto. Col mudaraba la banca investe fondi per conto del cliente e prende una percentuale sui profitti derivanti dall’investimento. I depositi bancari sono generalmente accettati in tale forma. Col musharaka la banca e il cliente costituiscono una società, o acquistano una partecipazione societaria, condividendo profitti e perdite derivanti dall’operazione. 
La legge islamica proibisce anche la gharar, parola che significa incertezza, rischio, speculazione. Le parti contraenti devono essere perfettamente a conoscenza dei controvalori che sono scambiati come risultato delle loro transazioni e non possono predeterminare un profitto garantito. I cosiddetti futures - che sono promesse di futuri acquisti o vendite - sono considerati strumenti finanziari immorali, così come le transazioni finanziarie in valuta estera, perché i tassi di cambio sono determinati dai differenziali dei tassi di interesse. Molti studiosi islamici disapprovano anche l’indicizzazione del livello d’indebitamento tramite l’inflazione. 

Tuttavia alcune transazioni sono considerate eccezioni al principio del gharar, come le vendite con pagamento anticipato (bai’ bithaman ajil) e il contratto di leasing (ijara). In ogni caso esistono precisi requisiti legali affinché questi contratti siano stipulati e conclusi in modo da minimizzare qualsiasi rischio. Ad esempio, nel leasing islamico - che consente alla banca di acquistare un bene per un cliente ed affittarglielo per un certo periodo, al termine del quale il cliente può acquistare il bene medesimo - la somma d’acquisto deve essere pari al totale delle rate, maggiorata soltanto della remunerazione del servizio prestato dalla banca. 

Bisogna infine considerare che uno dei pilastri dell’Islam è la donazione (zakat), basata sull’idea di una purificazione della propria ricchezza tramite una parziale redistribuzione, che assume la forma di una tassa religiosa. Ad essa sono soggette le stesse banche e milioni di credenti, anche quelli emigrati. Si tratta di cifre enormi, difficili da valutare, che costituiscono un flusso ininterrotto di risorse impiegate per l’assistenza ai più bisognosi, ma anche una forma di finanziamento per la difesa e la diffusione della fede.

La prima banca islamica nacque in Egitto nel 1963, ma solo dopo la crisi petrolifera dei primi anni settanta cominciò il vero sviluppo della finanza islamica. Nel 1975 fu decisa l’istituzione di una banca pubblica, la Islamic Development Bank, con la partecipazione di 44 Paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci), creata fin dal 1969. I principali azionisti sono l’Arabia Saudita (26%), la Libia (16%) e il Kuwait (13%). Il suo compito è quello di favorire il commercio tra nazioni musulmane, finanziare operazioni di leasing e vendite in acconto, creare fondi speciali per progetti di sviluppo.

Nello stesso anno nacque la Dubai Islamic Bank, la prima banca privata islamica, e nel 1978 fu insediata in Lussemburgo la prima banca islamica occidentale, denominata allora Islamic Banking System ed ora Islamic Financial House. Nel 1979 il Pakistan decretò l’islamizzazione di tutto il settore bancario. 
Lo stesso avvenne in Sudan ed Iran nel 1983. Attualmente esistono 166 banche islamiche, che concentrano circa un 80% della raccolta in Medio Oriente ed il resto in altri Paesi musulmani, principalmente Malaysia e Indonesia. I gruppi più importanti sono quattro: Dallah Albaraka Group (Arabia Saudita), Dar al Maal al Islami Trust (Arabia Saudita), Alrahj Group (Arabia Saudita) The Islamic Investor (Kuwait).
Negli ultimi anni sono stati lanciati fondi azionari islamici che seguono criteri rigorosi nella scelta dei titoli. Sono escluse le imprese di settori immorali (bevande alcoliche, tabacco, pornografia, carne di maiale, armi), quelle che hanno un debito superiore al 33% della capitalizzazione, quelle che commerciano con Israele e quelle che praticano l’usura, cioè tutte le banche ed assicurazioni di diritto occidentale. In tutto il mondo esistono ben 144 fondi islamici che distribuiscono utili crescenti sotto forma di obbligazioni (sukuk) che, a differenza dei bond occidentali, non pagano interesse in senso stretto, ma sono cedole rappresentative di quote di profitti legate alle attività delle imprese selezionate. 

Il primo sukuk fu emesso nel 1990. Dieci anni dopo avvenne la seconda emissione, solo 3 sukuk per 336 milioni di dollari. Nel 2003 sono aumentati a 37 per un ammontare di 5,7 miliardi di dollari. Nel 2006 sono stati emessi ben 199 sukuk, per oltre 27 miliardi di dollari, altri 206 nel 2007 per quasi 47 miliardi di dollari, ed infine 44 nel 2008 per altri 2,4 miliardi. La finanza islamica non ha risentito della recente crisi dei mutui subprime americani. Essendo vietati il prestito ad interesse e la commercializzazione dei debiti, gli investitori musulmani non corrono il rischio di acquistare prodotti complessi, come le famigerate collaterized debt obligations, che hanno scatenato la crisi.

L’autorevole agenzia di rating Moody’s stima che gli asset delle banche islamiche, in un solo anno, sono aumentati del 20% raggiungendo quota 500 miliardi di dollari. Parallelamente sottolinea i rischi legati alla credenza che tali istituti servano a finanziare il terrorismo internazionale. Evidentemente il sistema usuraio occidentale non ha altra strategia per arrestare l’avanzata delle banche di Allah se non alimentare questa credenza e fomentare il cosiddetto scontro di civiltà, col fantasma di Bin Laden che periodicamente appare per pronunciare rivendicazioni e minacce. 

Per gli italiani, che non sono musulmani ma sono stanchi di subire il potere usuraio, l’attrattiva della finanza islamica si spiega soprattutto in rapporto alle disfunzioni della finanza globale. Ciò vale soprattutto per il Mezzogiorno, il cui divario rispetto alle regioni del Nord, si misura anche in termini di costo del denaro. Ma in generale, è tutta l’economia italiana ad essere ostaggio di un sistema bancario che privilegia i profitti dei creatori di moneta, cioè le banche, rispetto ai bisogni degli utilizzatori di moneta, cioè imprese e famiglie. 

La banca senza banchieri. Questo è il cardine del socialismo islamico. Nel capitalismo occidentale esiste invece un conflitto strutturale tra imprese bancarie, che producono moneta dal nulla e lucrano sul tempo, ed imprese industriali e commerciali, che faticano a produrre lavoro perché schiacciate da interessi e garanzie vessatorie imposte dall’usurocrazia globale. Sarebbe riduttivo considerarlo un conflitto interno alla classe capitalista, poichè esso rappresenta la vera lotta di classe: lavoro contro usura, imprenditori ed operai contro banchieri.

Raffaele Ragni
Fonte: www.rinascita.info
Link: http://www.rinascita.info/cc/RQ_Analisi/EkkEyVZullbnkrgtkn.shtml
17.09.08


12.7.08

Semi sterili in Albania: “Limagrain ha venduto semi certificati UE”


Dopo lo scandalo delle pannocchie di mais prive di chicchi, in Albania ci si interroga sulle cause nonchè sulle responsabilità dell'accaduto. Cadono le colpe ricadute sulle imprese serbe, mentre restano i dubbi sulla società francese esportatrice, la grande multinazionale Limagrain. Rinascita Balcanica ha interrogato la Limagrain su quanto sta accadendo in Albania e sulla posizione che intendono assumere in questo momento. "Non sappiamo al momento quale sia la causa precisa - dichiara un rappresentante della società - abbiamo inviato per questo dei nostri tecnici per esaminare le condizioni di coltivazione e i risultati del raccolto .

Il mancato raccolto per gli agricoltori albanesi e il sospetto dell’esistenza di una qualche complicazione legata ai semi, ha spiazzato l’intera opinione pubblica e le stesse Istituzioni dell’Albania. Vi sono ancora delle indagini in corso e non si è riusciti ancora ad identificare ciò che ha reso le pannocchie di mais completamente vuote, nonostante le piante apparivano sane. I media albanesi hanno cercato la probabile causa nelle società serbe che hanno grandi quote nel mercato dell’esportazione del grano, spingendosi persino ad ipotizzare che si era di fronte ad una sorta di sabotaggio da parte della Serbia. Un’ipotesi del tutto scartata, considerando che il mercato di forniture delle sementi, a livello mondiale, appartiene ad una ristretta cerchia di multinazionali che, nella maggior parte dei casi, tratta semi di natura transgenica. 

Sotto stretta osservazione vi è infatti la società francese esportatrice delle sementi, laLimagrain, che ha inviato una squadra di esperti per studiare l’anomalia ed individuare il motivo per cui delle piante di mais sane hanno prodotto pannocchie prive di chicchi. "Non vi è alcun sabotaggio da parte della Serbia. In realtà vi è stato un problema tecnico agrario nella fecondazione dei semi forniti all’Agro-blend albanese, in una quantità pari a 900 sacchi di 15 chili ciascuno", risponde un rappresentante della Limagrain alle domande di Rinascita Balcanica. "Non sappiamo al momento quale sia la causa precisa - aggiunge - abbiamo inviato per questo dei nostri tecnici per esaminare le condizioni di coltivazione e i risultati del raccolto . Il prodotto che abbiamo venduto all’Albania è lo stesso commercializzato in tutto il mondo, mentre possono essere cambiate le tecniche di coltivazione. Per tale motivo si suppone che il problema riguardi le modalità di cultura, che hanno interferito nei processi di impollinazione, considerando che si tratta di semi che hanno bisogno di cure e metodologie specifiche".
Specifica inoltre la Limagrain che, essendo una società che opera in tutto il mondo, "il caso albanese sembra essere un caso particolare, visto che negli anni scorsi non è stato riscontrato mai questo tipo di problemi in relazioni ad altre coltivazioni." Alla richiesta se il Governo albanese abbia fatto delle verifiche e delle analisi prima della commercializzazione dei semi, lo stesso rappresentante non sa rispondere con sicurezza e afferma che "la vendita dei semi è stato un contratto privato tra una delle branch addette alla commercializzazione della Limagrain e la società di distruzione albanese Agro-blend". Ad ogni modo, prima della segnalazione della controparte albanese, avvenuta secondo quanto dichiarato dalla Limagrain intorno al 26 agosto, non è stata individuata alcuna anomalia nel raccolto.

Eppure, già a partire dal 10 agosto erano stati costatati i primi problemi sul raccolto dei cosiddetti semi sterili, ma il Ministero dell'Agricoltura ha preferito tenere nascosto il problema. Infatti la Direzione Regionale dell'Agricoltura, dell'Alimentazione e della Difesa dei Consumatori del Comune di Diber, aveva informato, attraverso un fax, il Ministero che "l`Ente Statale dei Semi non aveva incluso nella lista dei semi registrati per essere commercializzati, la varietà di mais “Aliseo”, usato da vari agricoltori albanesi". "Dalle nostre verifiche, sulla base del Bolletino EFSH 2008, è stato evidenziato che il seme non è stato registrato per essere commercializzato", afferma il titolare della Direzione, Maksim Hajrullaj. Successivamente, il 22 agosto, la Direzione Regionale di Elbasan aveva informato il Ministero che "dopo il 10 agosto, e precisamente nel periodo in cui le piante si sviluppano, è stato costatato dagli agricoltori che le spighe erano vuote, sebbene in apparenza sembravano normali". Nonostante il Ministero fosse a conoscenza di quanto stava accadendo nei campi albanesi, le autorità hanno preferito aspettare, fino a quando il caso era diventato troppo grave e troppo grande per essere nascosto.
Il coinvolgimento del Gruppo Limagrain è stato così inevitabile, perché i contadini non avevano mai visto delle piante di mais dare delle pannocchie senza granelli: lo stupore è stato sopraffatto dalla paura, dinanzi ad un episodio così innaturale. Sebbene i primi sospetti siano caduti sulle condizioni climatiche e ambientali, dai successivi controlli degli esperti agronomi è stato costatato che "la mancata riuscita della fase di impollinazione è legata a problemi genetici", e non climatici o ambientali, lasciando sospettare che si tratti proprio di semi geneticamente modificati. Sospetti che tuttavia sono comprovati da dati effettivi, che dimostrano come il mercato delle sementi sia innanzitutto controllato da grandi multinazionali, e che queste facciano largo uso di tecniche di manipolazione genetica.

Secondo quanto riportato dal rapporto Concentrazione dell'industria globale delle sementi (Gruppo ETC), a partire dal 2005, infatti, circa dieci imprese controllano metà del mercato mondiale delle sementi, dopo che abbiamo assistito in questi ultimi trent’anni ad una progressiva e lenta concentrazione della commercializzazione delle risorse alimentari: se prima esistevano più di 7000 imprese che possedevano non oltre lo 0,5% dell'intero mercato mondiale, nel 2003 dieci società sono arrivate a possedere il 49% . Dupont/Pioneer, Syngenta, Groupe Limagrain, KWS AG, Land O' Lakes, Sakata, Bayer Crop, Science, Taikii, DLF Trifolium, Delta & Pine Land, ma tra tutte vi è ovviamente la MonsantoOltre ad essere un leader nelle sementi transgeniche con la detenzione dell’88% delle quote, la Monsanto è la più grande impresa nel settore della vendita di sementi commerciali, assorbendo anno dopo anno le altre concorrenti come Advanta Canola Seeds, Calgene, Agracetus, Holden, Monsoy, Agroceres, Asgrow, Dekalb Genetics, e la divisione della Cargill. Dopo le scalate e le manovre finanziarie, che hanno contribuito alla concentrazione del mercato, si è assistito alla progressiva legalizzazione dei brevetti ed alla privatizzazione delle sementi, prima rigorosamente controllate dal settore pubblico sia nelle fasi di produzione che di distribuzione, fino alla privatizzazione della "certificazione" che decidono che tipo di sementi dovranno essere presenti sul mercato.
Le grandi multinazionali sono così giunte ad impossessarsi del potere di certificazione nonché di brevetto sulle specie vegetali, che pian piano sono state soggette ad una bio-selezione artificiale nonché ad una riprogettazione genetica. Oggi si parla infatti di bio-contaminazione delle sementi con specie geneticamente modificate, che hanno ormai preso di fatti il sopravvento al punto che diventa ormai impossibile ottenere delle coltivazioni da semi dalla genetica intatta. Molti sono stati i casi in cui le sementi contadine, nelle mani delle comunità rurali, sono state distrutte o decimate da virus "intelligenti", oppure da cause legali che per "utilizzo indebito del brevetto", immettendo invece sul mercato semi protetti da marchi e diritti di proprietà.

Occorre a questo punto osservare che, sebbene il mercato delle sementi sia controllato da multinazionali, le Istituzioni e i Governi restano ferme ed impotenti dinanzi alla distruzione della biodiversità e delle economie rurali caratteristiche di ogni parte della Terra. Al momento, infatti, la commercializzazione e la produzione di semi avviene nella piena legalità delle direttive comunitarie e degli standard decisi dal Wto, autorizzando l’entrata sul mercato delle specie geneticamente modificate e proteggendo i diritti di proprietà intellettuale. Il sistema agro-alimentare resta così incatenato ad enormi strutture economiche, burocratiche e legislative forti ed inattaccabili, che nel tempo sono riuscite a mimetizzarsi sempre di più. Per anni abbiamo lottato, e lottiamo tutt’oggi, contro gli OGM e la manipolazione della biodiversità, ma spesso ogni battaglia viene sistematicamente anticipata da una nuova direttiva o una diversa certificazione, che si è ridotta ormai alla "informazione trasparente per il consumatore". Al contrario non vi è alcun diritto per i contadini, per le imprese e la stessa popolazione, che subisce danni incalcolabili. Nel caso particolare dell’Albania, qualora si dimostri che il raccolto "sterile" è dovuto ai semi, la Limagrain riuscirà senz’altro a dimostrare che non sono state attuate delle tecniche adeguate e richieste da quel particolare tipo di sementa, e comunque che la produzione e la vendita di quel tipo di semi è avvenuto nel pieno rispetto delle norme e delle direttive dell’Unione Europea.

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28.6.08

Dove c’è droga, come in Georgia, c’è Soros

14 agosto 2008 (MoviSol) – La Fondazione Beckley, una delle tante organizzazioni fondate da Soros per propagandare la liberalizzazione della droga, si trova alla periferia di Oxford. Nel maggio scorso essa ha pubblicato un rapporto dal titolo “Antidroga in Georgia: i test anti-droga e la riduzione del consumo”. Con quel rapporto, la fondazione lodava la politica del presidente georgiano Mikhail Saakashvili e criticava l’operato del precedente presidente Eduard Shevardnadze.

“L’ex primo segretario del comitato centrale del partito comunista georgiano, Eduard Shevardnadze, iniziò negli anni ’70 una dura campagna di misure contro la droga e contro coloro che ne facevano uso”, dice il rapporto, citando un’altra entità fondata da Soros, loHuman Rights Watch. La Fondazione Beckley commentava positivamente i “promettenti cambiamenti sotto la presidenza di Mikhail Saakashvili”, il quale ha “annunciato la possibilità di spostare l'asse delle politiche antidroga dall’orientamento giuridico dominante”. In altre parole, il beneficiario della “rivoluzione rosa” georgiana finanziata da Soros, Saakashvili, potrebbe aver promesso a Soros di arrivare in futuro alla legalizzazione della droga. Immaginate che cosa significherebbe per la Russia, già pesantemente compromessa dalle ondate di eroina proveniente dall’Afghanistan!

Il condirettore della Fondazione Beckley, Mike Trace, l’ex vice zar dell'antidroga in Inghilterra, fu nominato direttore della sezione “Riduzione della Domanda” dell’Ufficio Antidroga delle Nazioni Unite nel gennaio 2003. Dopo otto settimane fu costretto a dare le dimissioni, a seguito della pubblicazione di documenti in possesso delHassela Nordic Network, un gruppo svedese che si oppone alla liberalizzazione delle droghe, nei quali Trace appariva partecipe di un piano finanziato dal miliardario George Soros per rivedere le convenzioni internazionali sul traffico di droga, in occasione di un incontro dell’ONU da tenersi a Vienna nell’aprile dello stesso anno.

L'Hassela Nordic Network aveva fatto notare che, nel settembre precedente (2002) Trace, in una lettera indirizzata a Aryah Neier, presidente dell’Open Society Institute (OSI), descriveva il suo ruolo come segue: “Per quanto riguarda i miei compiti, penso che sarebbe meglio, nei primi momenti, che io fornissi consigli e consulenze da dietro le quinte, visto il mio contemporaneo ruolo di Presidente dello European Monitoring Group, la mia associazione con il governo britannico e qualche lavoro di cui mi ha incaricato l'Ufficio antidroga dell'ONU. Questo ruolo da ‘quinta colonna’ mi permetterebbe di sovraintendere all’istituzione dell’ente (ho già in mente alcuni individui di buona qualità con cui potrei lavorare a tal proposito in piena fiducia), mentre promuovo i suoi scopi sottilmente nelle sedi governative formali”.

L’ente a cui Trace si riferisce è Release, un gruppo londinese usato da Trace e l’OSI come paravento per condurre un’iniziativa, privatamente chiamata Progetto X o “iniziativa di Londra”, e ufficialmente “Forward Thinking on Drugs" (Pensiero avanzato sulla Droga), che serviva a preparare delle alternative alle vigenti convenzioni dell'ONU sulla droga prima dell’incontro di Vienna. Quale presidente di questa iniziativa era stata scelta l’australiana Cheryl Kernot, nel dicembre 2002. Il bilancio a disposizione per l’iniziativa fu stabilito a 405 mila dollari. Il finanziamento provenne da Soros e da altre fondazioni europee che condividono gli obiettivi di Soros.


http://www.movisol.org/08news174.htm