26.10.06

Nasce la lobby delle colombe
Maurizio Blondet
25/10/2006
George Soros

STATI UNITI - Pare che George Soros abbia deciso dopo la guerra israeliana contro Hezbollah e la distruzione del Libano: per il bene di Israele, occorre una nuova lobby ebraica negli Stati Uniti.
Che prenda le distanze dai neocon israelo-americani, e promuova, presso il potere americano, anziché la guerra perpetua alla Leo Strauss, il ritorno a una pace negoziata e una soluzione a «due Stati» con i palestinesi.
Soros sta profondendo denaro nella iniziativa.
La difficoltà pare essere quella di trovare un sufficiente numero di ebreo-americani abbastanza influenti e abbastanza colombe.
Quelli fino ad oggi aderenti sono figure di secondo piano: David Elcott, direttore di un Israeli Policy forum; Debra DeLee, presidente di American for Peace Now, un rabbino David Saperstein che dirige un Religious Action Center of Reform Judaism (ossia un esponente dell’ebraismo «riformato», filo-luterano, un tempo egemone in USA, ma che ha perso terreno e seguaci in favore dei fanatici Lubavitcher, il movimento oggi dominante), nonché Mort Halperin, uno dei direttori dell’Open Society Institute, la fondazione dello stesso Soros che promuove la «democrazia all’Est», nonché l’eutanasia e la liberalizzazione delle droghe: un dipendente del finanziere ebreo-ungherese.
Il solo simpatizzante che abbia un passato politico di rilievo pare essere Jeremy Ben-Ami, che è stato consigliere di Bill Clinton.
La nuova lobby, come la vecchia, avrà a cuore Israele più degli USA, di cui tutti costoro sono cittadini: «E’ Israele che ci sta profondamente a cuore, e il conflitto in Libano ha mostrato i rischi che Israele corre, se non arriva alla pace il più presto possibile», dice Ben-Ami.
E Soros: «Va interrotto questo circolo vizioso di violenza crescente».
L’analisi di costoro, che circola da tempo sottobanco fra i moderati e i preoccupati, è interessante. L’estremismo neocon della lobby ebraica dominante in USA (l’AIPAC, American Israeli Political committee, e le sue varie filiazioni e collegate) favorisce l’emergere alla guida dello Stato ebraico di estremisti pericolosi, proprio perché garantisce - con la sua presa totale sui parlamentari USA e sulla Casa bianca - l’appoggio cieco degli Stati Uniti ad ogni aggressione e violazione israeliana. Insomma i due estremismi si rafforzano a vicenda, non incontrano limiti nella Casa Bianca, e si spingono l’un l’altro ad azioni sempre più azzardate e irreparabili.


«Costoro (i neocon ebrei) hanno costruito un ghetto di Varsavia mentale» fra i giudeo- americani, ha denunciato Norman Birnbaum, già professore alla Georgetown University.
Birnbaum è uno dei primi 150 firmatari di una lettera aperta inaudita, che accusa esplicitamente la lobby ebraica dei falchi di controllare il discorso pubblico in America con metodi e intimidazioni da «vigilantes».
Di fatto, un regno del terrore.
Nelle università, si legge nel documento, «studenti vengono arruolati come ‘informatori’contro i loro insegnanti».
Se un insegnante parla a favore dei palestinesi, gli studenti-delatori avvertono chi di dovere, e «le università ritenute non abbastanza filo-israeliane vengono assoggettate a pressioni da parte dei governi degli Stati e da donatori privati», che minacciano di tagliare i fondi agli istituti.
Quanto al terrore che la lobby impone al sistema politico americano, la lettera chiede retoricamente: «Qual’ è l’ultima volta in cui abbiamo sentito un qualunque candidato, a qualunque ufficio pubblico, non professare il suo ardente attaccamento allo Stato di Israele?».
Sottinteso: nessuno osa farlo, altrimenti la sua carriera politica finisce lì.
Il coraggio di firmare una simile lettera è venuto a 150 prominenti ebrei accademici, ex diplomatici ed alti funzionarti di Stato dopo la denuncia di Tony Judt.
Ne abbiamo parlato (1): questo storico ebreo britannico, assai critico sul Reich isrealiano, che doveva tenere una conferenza nella sede del consolato polacco a New York, è stato impedito di parlare perché la Anti-Defamation League aveva telefonato ai polacchi minacciandoli di «esporli in tutti i giornali come antisemiti».
Il consolato aveva cancellato l’incontro.
Judt ne aveva scritto ai colleghi ebreo-americani di questa censura occulta basata sull'intimidazione: «Spero che troviate la cosa inquietante e agghiacciante, come la trovo io».
Ma in realtà, un numero crescente di ebrei non accecati dall’ideologia di Leo strauss si accorgono che l’atmosfera massicciamente pro-giudaica sta cambiando anche in USA, nonostante il ferreo controllo dell’AIPAC.
Gli indizi non mancano.


Lo studio dei due rispettati politologi Walt e Mearsheimer intitolato «The Israeli lobby», benchè abbia dovuto essere pubblicato in Gran Bretagna per paura degli editori americani, ha rotto il tabù che vieta di parlare dei costi finanziari, politici e morali per gli USA del sostegno incondizionato ad Israele.
La ferocia degli attacchi israeliani contro il Libano ha distrutto l’aura di superiorità morale dello Stato ebraico a livello internazionale - non è stato possibile ripetere la propaganda per cui Giuda «si sta solo difendendo» - e ciò comincia a riflettersi nel discorso pubblico americano, ai livelli alti.
«Quando noi forniamo a Israele bombe a frammentazione, è un atto di pace e amicizia internazionale; quando l’Iran fornisce armi a Hezbollah, è un atto di terrore», ha ironizzato Zbigniew Brzezinsky in un discorso tenuto all’American Foundation: «Bush dovrebbe dire: la politica sul Medio Oriente la faccio io, o la fa l’AIPAC?».
L’ex presidente Jimmy Carter ha appena pubblicato un libro dal titolo «Palestine: peace, no apartheid» dove denuncia appunto l’apartheid praticato dallo Stato ebraico.
Persino Bob Woodward, il giornalista del Washington Post noto maggiordomo dei poteri forti, ha scritto che, secondo Colin Powell, il vice-ministro alla Difesa Paul Wolfowitz, e l’altro sottosegretario Douglas Feith «avevano stabilito l’equivalente di un governo separato» nel Pentagono, «ciò che Powell chiamava ‘la Gestapo’».
Una prima, velata denuncia del fatto indicibile: quegli ebrei neocon (Feith lo è come Wolfowitz) hanno fatto un colpo di Stato, per trascinare l’America in ciò che William Odom ha definito «il più grave disastro militare della storia degli Stati Uniti», la guerra in Iraq.
E Odom è ebreo, esperto militare e ha diretto la National Security Agency (NSA) sotto Reagan.
Può essere «l’inizio di una perestroika» americana, ha scritto Philipp Weiss, il columnist del New York Observer: il potere ebraico non è più in grado di controllare con il terrore totalitario il discorso pubblico.


Ma c’è un altro motivo all’iniziativa di Soros, più profondo e inconfessato.
L’AIPAC è da anni sotto inchiesta per spionaggio a favore di Israele.
Due suoi lobbisti di primo piano, Steve Rosen e Keith Weissmann, sono stati filmati, intercettati e colti sul fatto dall’FBI mentre si facevano consegnare documenti segreti del Pentagono da un funzionario di questo, Larry Franklyn.
E sono stati denunciati alla magistratura.
E stranamente, l’inchiesta non è stata soppressa, anzi procede e si allarga.
Una ex-analista del Pentagono, Karen Kwiatowski, ha rivelato che ufficiali isrealiani - dunque di uno Stato straniero - avevano accesso senza limiti all’Office of Special Plans (la «Gestapo» annidata dentro il Pentagono, il cui capo era Richard Perle) e partecipavano alle riunioni più segrete e al più alto livello senza mai firmare a prova della loro presenza: cosa che, se provata, potrebbe portare a processi per alto tradimento. (2)
Secondo Justin Raimondo (3), l’FBI starebbe indagano anche su pressioni che l’AIPAC e persino Haim Saban (miliardario ebreo, capo di un gruppo di media) avrebbero fatto su Nancy Pelosi, la portavoce dei democratici) perché salvasse Jane Harman, una deputata democratica coinvolta nella faccenda di spionaggio dell’AIPAC.
Insomma l’AIPAC rischia qualcosa.
Come minimo, la reiscrizione come lobby: non più «americana», ma «di uno Stato estero».
Ciò segnerebbe un indebolimento della sua presa sulle istituzioni USA e una diminuito accesso al potere americano e ai suoi segreti.
Anche per questo, e forse soprattutto per questo, Soros si sta affrettando ad allestire una «lobby delle colombe» per Israele: come scialuppa di salvataggio e lobby di riserva nell’interesse del solo Stato che gli sta a cuore.
In questa atmosfera, va segnalata la posizione di Gore Vidal, il noto scrittore ebreo-americano che vive in Italia.
«Non credevo di vivere tanto da assistere alla cancellazione della Magna Carta», ha detto disgustato dopo il varo della legge sui tribunali speciali per «enemy combatants».
Ed ha definito il governo Bush «un colpo di Stato in cui abbiamo perso la repubblica». (4)
Ma la novità viene dopo.


A proposito dell’11 settembre, Gore Vidal ha detto che «sarebbe un momento ideale per aprire un’inchiesta».
E alla domanda se secondo lui Bush e Cheney potrebbero fare un «altro» attentato terroristico false flag per poter risollevare i loro sondaggi in calo, gridare al lupo islamista e unire il Paese di nuovo contro il terrorismo, lo scrittore ha risposto, come avesse informazioni dirette: «Avevano in mente di farlo, diciamo. Ma ora non vedo come possano. I nostri militari non glielo lascerebbero fare. [Il gruppo di potere] ha troppo antagonizzato i militari».
Ed ha concluso: «Per la prima volta sono un poco ottimista, sento che la corrente sta mutando».

Maurizio Blondet


Note
1)
«Un Reich pedofilo?», su Effedieffe, 5 ottobre 2006. Ecco la lettera che Tony Judt ha mandato al New York Sun: «… l’incontro è stato cancellato perché il consolato di Polonia è stato minacciato dall’Anti-Defamation League. In una serie di telefonate Abe Foxman, il presidente della ADL, ha intimato loro di non ospitare nessuna riunione in cui c’entrasse Tony Judt. Se non rinunciavano, ha avvisato, egli avrebbe smascherato la collaborazione di polacchi con antisemiti anti-israeliani (ossia il sottoscritto) su tutte le prime pagine di tutti i quotidiani della città. Si sono piegati, e Network 20/20 è stato costretto a cancellare l’incontro. Comunque la pensiate sul Medio Oriente, io spero che troviate la cosa grave e paurosa come la trovo io. Questi sono, o erano, gli Stati Uniti d’America».
2) Karen Kwiatowski, «Open door policy - a strange thing happened on the way to the war», American Conservative, 19 gennaio 2004.
3) Justin Raimondo, «The lobby unmasked - the AIPAC spy scandal has many tentacles», Antiwar.com 23 ottobre 2006. Articolo di cui consigliamo la lettura integrale.
4) Paul J. Watson, «Gore Vidal assured military would prevent staged terror», PrisonPlanet, 24 ottobre 2006. Anche di questo testo si raccomanda la lettura integrale. Notevoli le accuse di Vidal ai media americani, che non hanno vegliato sulle libertà. «Our greatest difficulty at the moment is that our media is totally corrupted - starting with the New York Times - the media belongs to our rulers. In the old days when something ghastly went wrong you could count on journalists writing something about it... there are no voices expressing disagreement». Vidal dovrebbe ringraziare di questo la nota lobby intimidatrice. Ma non gli si può chiedere troppo. Ha già ammesso che l’11 settembre «è stato lasciato accadere di proposito».


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30.9.06

Eutanasia per Mammona
Maurizio Blondet
26/09/2006
Maurizio Blondet

Ai lettori che chiedono il mio parere sull'eutanasia: pietà, esentatemi!
Non basta la disgustosa evidenza?
Una sceneggiata allestita dalla «zona grigia massonica» - i radicali e il loro caso pietoso, subito raccolto da Napolitano - è diventata il cavallo su cui sono saltati i partitanti.
«Il mio regno per un cavallo!», grida il re-criminale di Shakespeare.
Questi l'hanno avuto.
Ora lo cavalcano, il cavallo della morte amministrata: per distrarci mentre loro, Polo e Ulivo, cosiddetta destra e sedicente sinistra, bruciano nel camino in fretta le carte, ossia le intercettazioni Telecom che quasi certamente li inchiodano, e li travolgerebbero se rese note.
Un bel trucco mediatico.
Eutanasia è anche la sola «cosa di sinistra» che la gauche al potere può proporre.
In economia, non possono proporre altro che la «competitività-flessibilità» della globalizzazione liberista, il pensiero unico elaborato dai signori del profitto.
Fateci caso, accade sempre così: quando deve in qualche modo salvarsi, la ricca casta che vive «di» politica anziché «per» la politica, che fa?
Vilipende la pietas dei credenti.
Siamo il loro punching-ball.
I credenti sono ormai pochi, l'applauso è assicurato.
Dico noi credenti, non tanto la Chiesa: quella italiana sa e accetta la sua funzione di sacco da pugni, è per questo che prende l'8 per mille, è questa la «funzione pubblica» che le lasciano svolgere.
Probabilmente in buona fede burocratica, è la Chiesa italiana che è caduta nella trappola della «legalità».
Essa stessa chiede di «legalizzare», sperando di porre così limiti legali al peccato.
Meglio l'aborto, dice, del «Far West».
Invece, il Far West è meglio, se si tratta di legalizzare il delitto.


Ci sono cose che si fanno - si sono sempre fatte - ma che è meglio restino vietate e clandestine.
Una è la tortura.
In Algeria, i militari francesi la praticarono e nel suo modo sinistro «funzionò»; ma se ne assunsero la responsabilità davanti alla corte marziale, la spiegarono - avessero avuto torto o ragione - come un mezzo estremo per la salvezza della patria, perchè l'Algeria era patria, territorio metropolitano, che avevano giurato di difendere.
La giustificazione aveva il senso del tragico, nel senso proprio della tragedia greca: lo scontro fra due valori supremi, inconciliabili, in cui l'uomo all'altezza della tragedia espone sé stesso, rischia la sua vita, violandone uno per obbedire all'altro.
Ma la legalizzazione della tortura - come vuole adesso Bush - abolisce la tragedia e la sostituisce con la procedura burocratica, il mostro freddo.
Una volta legalizzata, la tortura diventa routine: da caso eccezionale e rischioso, diventa uno dei mezzi a disposizione del giudice ordinario.
E i giudici la useranno contro i cittadini normali: fa risparmiare faticose indagini.
Già i procuratori italiani hanno mostrato questa tendenza, con la carcerazione preventiva per estrarre confessioni.
Figurarsi se non approfitterebbero di uno strumento legale così utile.
La legalizzazione come routine la conosciamo: basta vedere l'aborto, diventato, da tragedia e vergogna, mezzo di contraccezione usuale.
L'eutanasia è una delle cose che non vanno legalizzate.
Anche perché nessun giurista potrebbe stabilire, e mettere nel codice, il momento esatto in cui la vita del malato degrada a china di morte, la cura diventa accanimento terapeutico, la morte lasciata accelerata, da crimine, pietà.
E' meglio che lo faccia il medico - come i medici hanno sempre fatto - in piena coscienza della sua tragedia: a lui la responsabilità di stabilire quanto la dose di morfina sia un palliativo e quanto il veleno pietoso.
Sapendo che la sua faciloneria o incuria può essere chiamata in giudizio, e definita omicidio.


Perché gli sia chiaro, al medico, che non va appiattito il momento supremo dell'agonia, quel passaggio indefinibile in cui ciascuno di noi si trova davanti al suo Dio, o alla sua verità. Dovrebbe svilupparsi una terapia dell'agonia che mirasse all'altra, definitiva «guarigione».
Una scienza trascurata.
Chi non darebbe la morfina a un agonizzante terminale?
Io stesso la chiederei.
Però mi trattiene il fatto che i tibetani, nel loro Bardo Thodol, incitano il morente a non addormentarsi, a sostenere da sveglio quel «bivio».
Non mi si rimproveri, prego, di pescare ecletticamente a una religione altra (e magari «falsa»): qui, il buddhismo va considerato una sapienza naturale.
I monaci tibetani parlano di un limite estremo che hanno esplorato, è la loro scienza.
Essi dicono, scientificamente a modo loro, che è ancora possibile fare qualcosa - e infiniti testi medievali, concordi, erano manuali di «apparecchio alla buona morte», i nostri «libri dei morti».
Il medico dovrebbe fare un ultimo gesto terapeutico, invitare il morente ad abbandonare i pesi che possono gravarlo nel «giudizio»: gli odii, le invidie; a chiedere e dare perdono.
A rinunciare una volta per tutte, anche al corpo.
La legalizzazione mira a sottrarci l'ultima occasione spirituale.
E mira a rendere la morte accelerata una procedura normale.
Chi la chiede, in fondo?
All'estero, le assicurazioni private, uno dei più potenti motori finanziari della Massoneria (ricordiamo le nostre Generali, fondate dai Morpurgo).
Da noi l'INPS: gli economisti previdenziali già lamentano: un tempo, un pensionato viveva cinque anni dopo il termine del lavoro e poi moriva, con gran sollievo della casse.
Oggi, disdetta, il pensionato sopravvive vent'anni.
L'esborso è eccessivo, la situazione «va corretta».


Si può correggere in due modi: tagliare le pensioni (impopolare) o tagliare la vita dei vecchi. Nel clima di diritto evolutivo dominante, è facile vedere che la legge «pietosa» per casi estremi sarà allargata via via a furor di popolo: liberateci del nonno, costa troppo!
Non possiamo consumare, andare in vacanza alle Mauritius, comprare il nuovo telefonino!
Il nonno 84enne è sano?
Senectus ipsa morbus est, diceva Cicerone.
I vecchi medici condotti dicevano: il geronte è una statua di sabbia.
Sembra sano, ma basta un raffreddore a ridurlo in polvere.
Non mancherà mai motivo per accelerare le «sofferenze» del vecchietto in casa di riposo: la pietà praticata col pensiero al telefonino.
La pietà di Mammona, il dio del mondo globale-capitalista e finanziario.
Il potere mondiale dei bottegai e degli usurai fa di tutti noi degli strumenti, della produzione o del consumo: da eliminare quando diventano, da profitto, un costo.
L'orrore è che noi ci stiamo, ci lasciamo amministrare come un gregge, e considerare il loro allevamento zoologico da tosare: così tributando, noi per primi, la nostra fede a Mammona, e alle sue leggi indiscutibili.

E poiché siamo in argomento - Mammona - rispondo a quei lettori che mi chiedono cosa rispondo a uno che polemizza con me su internet, quell'Attivissimo spesso citato da Mentana come l'ultima istanza della verità ufficiale sull'11 settembre.
Anche qui, pietà.
Da cinque anni, questo personaggio vuol dimostrare ancora, con leggi della fisica, della chimica e della dinamica, che è normale che due grattacieli a gabbia d'acciaio, colpiti lateralmente, cadano verticalmente.
O che un aereo da 60 tonnellate penetri nel Pentagono e si volatilizzi, senza danneggiare il prato antistante.
Ognuno è libero di seguire i suoi hobby: chi dipinge per hobby, fa di solito quadri ridicoli, ma non è umano farglielo notare.


Io, nei miei libri, non ho mai parlato dei fatti «tecnici», non mi sono mai chiesto se sul Pentagono fu lanciato un aereo o un razzo.
Invece ho esposto i propositi politici che spiegano i moventi di quel falso attentato, che lo prevedono e lo promuovono: la dottrina Wolfowitz sul riarmo, l'auspicio di «una nuova Pearl Harbor» in un documento ufficiale del 2000, le esercitazioni in corso quel giorno, il comando di tali esercitazioni passato dal Norad, cui spettava, a Dick Cheney: qui, la fisica e la chimica non c'entrano nulla.
Non si può smentire con la fisica il fatto che Osama era un agente CIA, e che l'agente pagatore di Mohamed Atta, il generale pakistano Mahamoud dell'ISI, si trovava a Washington quel giorno e, invece di essere arrestato (una settimana prima aveva inviato ad Atta 100 mila dollari) era a pranzo dal capo in carica della CIA e dal futuro capo della CIA.
Né c'entra la statica con il proposito di aggredire l'Iraq e l'Afghanistan, manifestato da quei signori prima dell'11 settembre: c'entra con la volontà di far male, che cerca pretesti e li crea, avendone il potere.
Segua pure il suo hobby Attivissimo.
La sola cosa che mi offende, e a cui rispondo, è che - dicono i lettori - egli parli di me come uno che sostiene la tesi dell'auto-attentato «per far soldi con i suoi libri».
Coi miei libri, cari lettori, anche per gli argomenti trattati, è improbabile fare soldi, diventare ricchi.
Vivo della mia pensione, da quando sono stato licenziato (unico nella storia del giornale «cattolico»).
Una pensione non male, sui 30 mila euro l'anno.
Molti, oggi, guadagnano meno.
Vivo in un bilocale e ho un'auto di seconda mano.


Per riguardo ai più poveri di me, non mi lamento, se non per il fatto che la mia personale forza finanziaria non mi consente di affrontare i rischi tipici del giornalista: le querele per diffamazione o calunnia, e le controquerele che dovrei mandare ai miei diffamatori.
Fra parentesi, è questo il motivo per cui non mi occupo di cose italiane, di Telecom e di Prodi.
In Italia, è accaduto che un giornalista sia stato condannato per diffamazione per aver chiamato «boiardo di Stato» un…boiardo di Stato.
Quello s'è sentito offeso, e un giudice gli ha dato ragione.
Non c'è difesa in Italia, per chi voglia dire la verità, e non abbia milioni per gli avvocati.
Così, non mando querele ad Attivissimo per la sua insinuazione.
Faccio notare ai lettori che, io, quando pubblico una notizia insolita, contraria alla «informazione dominante», cito la fonte.
L'Attivissimo che mi dice arricchito dai miei libri, cita una fonte che lo provi?
Forse Tavaroli gli ha fornito i dati del mio conto in banca?
Non credo.
La sua è, come tutte, un'illazione. Senza fondamento.
Certo è difficile ai lettori capire il valore della povertà deliberatamente accettata; la Chiesa non ne parla più.
Ma rivendico per me questo: io dalle mie scelte sono stato reso povero, mentre altri dalle loro, sono stati resi ricchi.
La mia, come ho detto, è una povertà relativa.
Ma fra i quattro invitati di Matrix ero certo il più povero.
I due europarlamamentari percepiscono in un mese e mezzo il mio reddito annuale.
Mentana, quanto varrà?
Mi par di ricordare, 500 mila euro annui: sedici anni del mio reddito.


Lo yacht di D'Alema vale 30 anni della mia pensione.
Bruno Vespa - l'ho saputo da fonte certa che non posso citare, ma non è un'illazione - gode di una pensione da 700 mila euro annuali, a cui si aggiungono gli emolumenti miliardari per la sua rubrica. E Magdi Allam?
Anche lui guadagna in un mese la mia pensione di un anno.
Ciampi, in un anno percepisce trent'anni e passa della mia pensione, non disprezzabile, frutto di 37 anni di lavoro e contributi.
Da ultimo poi, proprio per le mie prese di posizione sull'11 settembre, mi sono trovato contro cattolici che credevo amici.
Uno ha impedito a un autore di citarmi nelle note, come aveva avuto la bontà di fare, minacciando altrimenti di non far uscire i libri (ha un potere di questo genere sulla casa editrice: rendere Blondet una non-persona).
Un altro, scrittore famoso, ha preso le distanze non da oggi; evidentemente non vuole compromettersi con un condannato dalla psico-polizia.
Non gliene voglio.
Non ne voglio a nessuno.
Solo, faccio notare ai lettori che una cosa unisce questi personaggi: sono ricchissimi.
Miliardari.
E' questa causa della loro debolezza in un caso, o l'odio attivo che li anima nell'altro: Mammona. Chi dalle sue scelte è stato reso ricco, non dirà la verità fino al punto di diventare povero.
Specie di questi tempi, quando a ciascuno di noi viene messo quel segno, senza il quale «non si può vendere né comprare», è questo il discrimine.
Non si possono servire due padroni.
Il che vale (e chiudo) anche per David Icke.

Mi chiedono troppi lettori eccitati: ha letto Icke?
Dice le cose che dice lei.
No, non proprio: Icke prende qua e là da tutta la letteratura complottistica, a cominciare dai Protocolli dei Savi di Sion, e attribuisce il grande complotto ai «rettiliani».
Liberi i lettori di credere ai rettiliani, ma non mi chiedano il mio parere: è offensivo, come chiedere a un archeologo epigrafista, che si sforza di documentare ogni sua asserzione, cosa pensa del Segreto della Piramide, o se ha trovato le prove che Cheope era un extraterrestre.
Per me il lavoro di Icke entra nelle procedure, ben note ai servizi segreti, della manipolazione-screditamento: si tratta di screditare argomenti seri fingendo di promuoverli, ma mandando tutto in vacca aggiungendo qua e là un particolare demente.
Posso sbagliare, naturalmente.
Magari il personaggio è persino in buona fede.
Solo, vorrei notare due cose: nessuno ha mai chiesto di «far tacere» Icke, che pure prende per veri i «Protocolli dei Savi di Sion»; mentre tutti i giornali italiani, e diversi parlamentari (da Taradsh a Bondi), hanno imposto, gridato, urlato che bisogna chiudere la bocca a Blondet, che deve tacere, che deve essere bandito da tutti i media.
L'agente Betulla è stato difeso dal suo direttore; io, da nessuno.
L'altro dettaglio è che i libri di Icke si vendono molto, ma molto più dei miei.
Che rendono benissimo, che sono best-seller.
C'è qui un mistero non troppo oscuro: «Ai più piace il brutto», disse Sant'Agostino.
E ai «più», alla massa, a cui il brutto piace per natura più del bello, anche il falso piace più del vero, la finzione raffazzonata più della ricerca seriamente documentata.
Chissà perché.
Probabilmente, un miracolo di Mammona, il dio che ci possiede tutti.

Maurizio Blondet


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26.9.06

26 settembre 2006

La valigia del Duce

Poche tra le biografie ufficiali parlano della prima moglie di Albert Einstein, Mileva Maric, scienziata serba dalla forte personalità e dalla generosa indole, che la hanno spinta a sacrificare la sua vita e la sua intera carriera per amore della sua famiglia.Mileva nacque da una famiglia serba e benestante che le consentì di coltivare i suoi studi di scienza sino all'università. In quegli anni conobbe Nikola Tesla, che le presentò un suo collega, un fisico, Albert Eistein, che intraprese i suoi studi presso il Politecnico Federale svizzero, nello stesso periodo della Maric che era stata ammessa come unico studente donna. Si innamorarono, e cominciarono a frequentarsi, e la loro passione è testimoniata dalla corrispondenza privata di Eistein, la sola fonte di prova dell'esistenza della Maric in quanto gran parte dei documenti che la coinvolgevano sono stati distrutti.
Il loro amore "moderno" venne a lungo ostacolato dalla famiglia Eistein che vedevano in lei una donna troppo intelligente, indipendente, e non ebrea: il suo carattere avrebbe sicuramente oscurato quello del genio di Eistein. Nonostante questo, lei ha sempre difeso e sostenuto Albert, sostenendolo e finanziandolo mentre era ancora un giovane emergente: è pronta a sacrificare la sua carriera e i suoi studi quando all'improvviso scopre di essere incinta. La sua bambina, Liersel, le viene portata via, per nascondere la vergogna di quel gesto, e lo stesso Albert non cercò mai sua figlia: le tracce di Liersel si sono perse nell'etere, e molti hanno ritenuto opportuna crederla morte in tenera età. La sua scomparsa è stato un grande trauma, un grave giallo che ha segnato la vita della Maric e forse ha deviato gli eventi della storia dell'umanità. Lei diventa un disonore per la famiglia, un fallimento accademico, e madre di un bambino illegittimo, per cui decide di sottomettersi completamente al suo destino all'ombra di un uomo che doveva essere portato ai massimi livelli accademici.

Albert e Mileva si sposano in Municipio il 1903, e dal loro matrimonio sono nati non solo due bambini ma la straordinaria "teoria della Relatività", destinata a rinnegare le leggi della fisica classica e a portare sulla scena geopolitica una nuova fonte di energia. La relatività e l'energia nucleare non sarebbero state scoperte senza la base intuitiva di Mileva, che diede all'intera struttura teorica una sistematicità e una perfezione logica.
Recenti documenti hanno portato alla luce una diretta testimonianza della Maric, che dice ad un amico serbo, "abbiamo terminato un importante lavoro che farà mio marito il più famoso del mondo".
Le lettera private di Eistein Le lettera private di Eistein Le lettera private di Eistein
In molte lettere appartenenti alla corrispondenza privata di Einstein usano i pronomi "nostro" e "noi" in relazione a temi di fisica a cui lui stava lavorando mentre erano ancora studenti, per cui non ci sono dubbi che la coppia stava lavorando insieme su qualche argomento.


Una testimonianza autorevole di questa disputa fu del fisico sovietico, Abraham Joffe, un membro rispettato dell'Accademia sovietica che aveva accesso ai manoscritti originali del 1905. Joffe allora testimoniò di aver visto i documenti dello sviluppo della teoria della Relatività firmati con il nome Eistein-Marity.
La questione è stata a lungo discussa, in quanto la storia tramandata nega l'esistenza di questa firma attribuendo ad Einstein la totale paternità, ma il ritrovamento di alcuni documenti dimostrerebbe che loro siano stati coautori, o persino che l'unico vero autore sia Eistein-Marity, ossia Mileva che dopo il matrimonio aveva assunto il cognome del consorte accanto al suo, tradotto dal diritto svizzero come Marity. L'interrogativo sollevato è proprio questo: come poteva sapere Joffe che Mileva Maric prese il nome di Einstein-Marity, se il nome non fosse apparso sulle carte del 1905? Certificato di Morte MilevaDiversamente non poteva saperlo, perché Albert non la citava mai nelle sue lettere in questi termini, né esiste un costume svizzero che aggiunge automaticamente il nome di fanciulla di sua moglie a quello del marito; solo la donna usava accostare il cognome da nubile a quello del marito, e tra l'altro il certificato di morte e di Mileva cita esplicitamente "Einstein-Marity."
Perché la Commissione Nobel non diede il Premio ad Einstein per il suo lavoro su teoria di relatività? Forse perché lui non era il vero autore della teoria, e per nascondere questo deliberato furto, raggirarono la questione. Probabilmente Albert comprò il silenzio di Mileva, infatti lei concesse il divorzio per consentire il secondo matrimonio con Elsa solo a condizione che le avesse dato i soldi del premio che avrebbe percepito per le sue scoperte.

"Noi uomini siamo creature deplorabili, dipendenti. Ma comparati con queste donne, ognuno di noi è un re, si sostiene da solo su due piedi, mentre non aspetta fuori di lui continuamente qualche cosa a cui aggrapparsi. Loro aspettano sempre comunque, qualcuno da usare e manipolarlo per il loro adattamento. Se non accade questo, loro cadono semplicemente a pezzi."

Le prove portano sicuramente a dubitare del grande genio di Eistein, e molto probabilmente si può parlare di vero e proprio furto delle idee della Maric, più che di una collaborazione nascosta. Eistein era sicuramente in malafede perché acconsentì subito il trasferimento dei soldi alla Maric, con la stessa facilità con cui più volte denigrava sua moglie, definendola una "sua serva", a cui si rivolgeva sempre con indifferenza.
Mileva aveva dunque dato la sua vita per amore, credeva nella scienza e della nobiltà del suo utilizzo, ed era assolutamente contraria ai macabri sviluppi che Eistein stava portando avanti per compiacere i potenti che in quegli anni si preparavano alla seconda guerra mondiale. Chi ha portato Eistein in auge, sono gli stessi che hanno utilizzato l'antisemitismo per portare le nazioni alla guerra, gli stessi che finanziavano il piano di Hitler e nel frattempo agivano politicamente accanto ad America e Inghilterra.
Chi orchestrava la nascita dello Stato di Israele e la sua contemporanea distruzione, chi gestiva l'antisemismo e la resistenza, era la potente "Associazione dei trecento", creata nel 1729 dal BEIMC, British East India Merchant Company, per occuparsi degli affari bancari e commerciali internazionali, e conta i rappresentanti più importanti delle nazioni occidentali. I suoi fondatori erano i proprietari delle Compagnie delle Indie, delle flotte a carbone, una potente loggia dell'industria mineraria e commerciale del Benelux. Tra i componenti ricordiamo J. P.Morgan che fondò la Generale Electric Company, e una volta entrato in possesso del sapere di Tesla costruì un intero impero sulla scienza occultata.
Così mentre i Trecento finanziavano e perfezionare il nucleare, in Italia qualcosa di diversa si stava muovendo, qualcosa di così importante da far paura lo stesso Hitler e spingerlo a chiedere un'alleanza di non belligeranza a Mussolini. Il grande segreto di Mussolini era la scienza che era riuscito a sottrarre a Tesla grazie all'infiltrazione elegante di Marconi nel suo laboratorio di ricerca. Tra il 1882 e il 1888, Tesla brevettò dei dispositivi che utilizzavano dei campi magnetici per trasmettere l'elettricità a corrente alternata, la bobina Tesla, e poi il "radio telegrafo", come sistema di trasmissione dell'energia senza fili, ossia il wireless. Questo sistema non ha un limite di quantità e di distanza nella trasmissione di energia per via dell'obliquità dell'atmosfera, come invece affermava la teoria della relatività. La perversione della mente umana vide a quel punto il terribile utilizzo che si poteva fare di una fonte di energia così potente da poter riprodurre l'energia di un fulmine. L'Italia tenne allora ben stretti quei progetti perché sicuramente su di essi poteva costruire il segreto su quella tecnologia.

La Seconda Guerra Mondiale è stata la guerra dell'Energia, vedendo nazioni e grandi colossi nazionali scontrarsi tra di loro per decretare il prevalere dell'una o dell'altro fonte di energia: la storia dimostra che Mussolini perse la sua guerra, e il nucleare è entrato nella nostra vita come soluzione al fabbisogno energetico. Nessuno capì allora, e nessuno capirà oggi la grande opportunità che l'Italia perse, oggi come allora, per conquistare la sua indipendenza.
Il suo vero obiettivo era di assicurarsi il controllo della futura elettrificazione dell'America, prima, e del resto del mondo dopo, e per far questo occorre impiantare dei sistemi che finanziano prima i suoi concorrenti, per rendendo il prezzo del cambiamento del sistema energetico proibitivo.

La guerra del futuro sarà ancora questo, ma a tutti sembrerà la guerra delle religioni, lo scontro di civiltà, alimentato solo per camuffare il vero piano, che è sempre quello di Hitler, ora in mano alle Banche mondializzate.
Nel nostro futuro le strade e le rotte aeree smetteranno semplicemente di esistere, così come la costruzione dei ponti, dei palazzi, ecc. Il trasposto avverrà mediante l'annichilimento indotto del peso. Avremo un significativo progresso nella ricerca della crescita dei vegetali, delle tecniche terapeutiche, dei sistemi di riscaldamento senza combustibile, nuove fonti di energia per l'industria, una branca della chimica sarà totalmente nuova. Esiste infatti nell'etere una specie insospettata di onde elettriche identiche alle onde elettromagnetiche della radio. Sono onde elettrogravitazionali, prodotte ed emesse attraverso degli strati concentrici costituiti da materiali ad induzione elettromagnetica ed elettrostatica, senza nessuna perdita apparente di potenziale energetico.

La nuova energia è già esistente, e l'arma di Tesla viene esperimentata attualmente dai Russi, considerando che il Kgb ha assoldati ricercatori e scienziati proveniente da ogni parte del mondo che conoscessero la Teoria di Tesla. I nostri nemici oggi, ossia gli Stati in mano alle Banche, già da tempo stanno conducendo strani e pericolosi esperimenti sulle popolazioni, onde verificarne la portata distruttiva, soprattutto delle capacità intellettive. Si pensi ad esempio all'Iraq, è davvero sbalorditivo come abbiano spinto un intero popolo ad accettare l'invasione americana, e come abbiano dato l'impressione al popolo che il problema fosse dentro di no, invece specifiche armi fisico-chimiche hanno provocato una capitolazione improvvisa e massiccia.

Potremmo continuare delle ore per descrivere cosa stanno facendo alla nostra vita, ma siamo convinti che determinati aspetti non possono essere compresi perché il sistema ha chiuso loro la mente, con armi invisibili, ma esistenti che vanno al di là delle parole.


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